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assedio di firenze 1530Quella mattina il leone si svegliò come sempre in una bella giornata di sole, ma una forte odore che non aveva mai sentito gli arrivò dritto nel naso e lo fece innervosire per tutta la giornata. Era un odore al quale avrebbe dovuto abituarsi, lo avrebbe sentito per un bel po’. Era una puzza di polvere e sudore, un odore acre che ti entrava in gola. Solo un olfatto fine come il suo poteva percepirlo.

Veniva da fuori e non prometteva niente di buono, motivo in più per restare nervosi. Notò che una certa frenesia c’era intorno a lui, le porte della città stranamente erano chiuse, e la gente sembrava impaurita. Poi pian piano il cielo iniziò a velarsi di nubi. Il tempo si stava guastando, forse sarebbe piovuto, ma comunque fosse tutto ciò non era un buon segno. L’inquietudine aumentava e la frenesia di passeggiare su e giù per la gabbia stava per trasformarsi in qualcosa di incontrollabile. Poi il morso della fame iniziò a farsi sentire, ruggiva in attesa del suo guardiano che come ogni mattina andava a portargli il cibo e stamani stranamente ritardava. Poi arrivò e pensò che almeno quel pasto sarebbe servito a placargli la fame e il nervoso accumulato. Così proprio non fu, solo la fame fu placata, mentre ascoltava i discorsi confusi del suo guardiano che diceva: “Povere bestie ora c’è l’assedio, alla fine ci toccherà mangiare anche voi, e ripeteva: chissà che fine si farà, dicono di non preoccuparsi ma questi e son tanti e armati anche bene! Poerannoi! Ora tra un po’ di su le mura gli sparano la salva e tutto principera’!.

Lì per lì il leone non capiva, ma l’ansia, il nervoso e l’inquietudine crescevano in lui. Nonostante fosse solo un prigioniero in una gabbia, capiva che quella città e quella gente gli apparteneva, se la sentiva sua, e ricordava quando il dio Marte una notte gli si era presentato in sogno dicendogli: Non temere, qua starai bene, sarai amato, rispettato e rifocillato, l’unica cosa che dovrai fare sarà di protteggere questa città a me così cara e devota, anche dopo l’arrivo del nuovo dio,  proteggi la gente di qua che tanto bene vuole a chi gliene vuole! Poi Marte sparí in un lampo. Si risvegliò rincuorato e deciso a fare come Marte gli aveva detto. Pensava allora a cosa avrebbe potuto fare per difenderli stavolta, se le parole del guardiano eran vere, “Assedio” non era una parola bella e da stare tranquilli. Sentì muovere le artiglierie sulle mura, momento della salva doveva essere vicino. Capí che doveva fare qualcosa, ma cosa? Poi gli sembrò di vedere l’amico Marte girare intorno alla gabbia, si accorse che era stata dimenticata aperta, senza pensare si affidò all’istinto, e senza dar retta alla voce della libertà che gli diceva di scappare via lontano, approfittò del grande caos e con tre balzi arrivò sulle mura.

Si accucciò un po’ in disparte e nessuno lo vide forse proprio grazie al favore di Marte. Lì, vide in un attimo un grande spiegamento di forze nemiche e quell’odore si fece più forte, capì allora da dove veniva. Ebbe appena il tempo per rifiatare, tutti i presenti guardavano verso gli assedianti, ed appena vide il gesto per accendere le polveri, capì che la salva era vicina ad essere sparata. Prese allora aria gonfiando i polmoni fino quasi a scoppiare. Scoppiarono le artiglierie e il rombo si udì fragoroso fino alla piana molto lontano dal borgo. Molti fuor dalle mura a quell’ urlo cupo pieno di rabbia che gridava presto vendetta trasalirono e subito dopo il Leone scaturì il suo ruggito che trascinato dall’onda del boato di prima si spanse anch’esso per tutta la piana. Stavolta chi era fuori le mura terrorizzato si guardò attorno e il sangue per un istante gli si gelò nelle vene. Gli assedianti capirono allora che non sarebbe stato facile avere ragione della.libera Fiorenza. Il leone poi senza che nessuno nuovamente si accorgesse di lui rientrò nella gabbia che subito si chiuse con un magico soffio. Si sdraiò pensando che avrebbe per sempre difeso la città e i suoi abitanti al costo della sua vita e anche dopo da morto. Viva Fiorenza! Gridò, ruggendo, e si mise a dormire.

 

 

 

 

Autore



Nicola Biagi

 

 

 

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